104. Essere altrove
Il discorso che ho fatto oggi al Teatro Regio di Parma quando mi han dato il premio Sant'Ilario (rimesso un po' a posto)
Oggi mi hanno dato il premio Sant’Ilario, a Parma, al teatro Regio.
Sant’Ilario è il patrono di Parma e il premio Sant’Ilario lo danno una volta all’anno, il 13 gennaio, giorno diè Sant’Ilario.
Il primo a cui l’han dato, nel 1987, è stato Pietro Barilla, poi qualche anno dopo l’han dato a Calisto Tanzi adesso quest’anno m’han detto che lo davano a me.
Io, la prima cosa che gli ho detto, quando son stato sul palco che mi han chiesto di fare un breve discorso Ma siete sicuri? gli ho chiesto.
Loro non han detto niente sono andato avanti.
E gli ho detto che io, quando ero piccolo, a casa mia, tutti i giorni c’era la Gazzetta di Parma, e siccome io, fin da piccolo, mi piaceva leggere i libri, tutti i giorni io andavo a vedere sulla Gazzetta di Parma la pagina della cultura e praticamente tutti i giorni, nella pagina della cultura della Gazzetta di Parma, si parlava di scrittori di Parma, che io, dopo qualche anno di questo andiamo pensavo Che due maroni, gli scrittori di Parma.
E adesso, ho detto rivolto al sindaco, eccoci qui.
Chi l’avrebbe mai detto, gli ho detto.
Poi ho detto che noi, a Parma, consideriamo di Parma anche scrittori che di Parma non sono, come Zavattini, che è di Luzzara, in provincia di Reggio (e che diceva Molti pensano che io sia di Parma e delle volte anch’io, penso di essere di Parma) e Stendhal, che invece credo che, fuori da Parma, nessuno pensi che sia di Parma.
E poi ho detto che io, quando ero un ragazzo, Parma non la sopportavo, mi sembrava un posto soffocante tant’è vero che, a 22 anni, per una ditta di Parma sono andato a lavorare in Algeria e stavo benissimo, in quel villaggio lì sulle montagne del piccolo Atlante che si chiamava Sour el Ghozlane e non era Parma.
Tornavamo a casa una volta ogni 4 mesi e la seconda volta che sono tornato, era il 1986, sono arrivato in aeroporto a Linate, ho noleggiato una macchina, dovevo andare a portare dei documenti in sede, in via Duca Alessandro, arrivato in macchina sul Lungoparma ho visto il ponte illuminato Ma com’è bella, Parma, ho pensato.
Anzi, non era neanche un pensiero, era un sentimento di ammirazione del tutto involontario.
Io, nella mia testa, a me non piaceva Parma, invece, nella mia pancia, mi piaceva.
E adesso, ho detto, io sono 26 anni, che non abito a Parma, dal 1999, ma il mio legame con Parma cresce sempre di più, anche in virtù del fatto che, in questi 25 anni, io in realtà un anno sono tornato a abitare a Parma, nel 2005, abitavo sulla via Emilia, in via Ugoleto, e ho ritrovato una luce, per le strade di Parma, che ci son dei momenti che ti sembra di nuotare, nella luce.
Che poi era la luce che, quando ero un bambino, che eran le due del pomeriggio, che uscivo dal portone, dall’androne buio del condominio dove abitavo, in via Cenni 20, e aprivo il portone e entravo nella luce, che era tempo – dalle due del pomeriggio fino a sera – e spazio, – da via Montebello in qua, tutto il quartiere – lì, tutti i giorni la promessa era così grande che mi viene da piangere, a pensarci.
Mi viene in mente adesso una cosa che ha scritto uno scrittore milanese (ma di famiglia parmense, è anche stato il primo sindaco del dopoguerra di Roccabianca, in provincia di Parma), Giorgio Manganelli, che una volta ha scritto Come staremmo bene qui, se fossimo altrove.
Ecco, io rispetto a Parma, sto altrove, quindi mi piace moltissimo, Parma, e essere parmigiani fuori da Parma è un’esperienza bellissima mi ricordo per esempio una volta, ho detto lì al teatro Regio, che ero sulla piazza Rossa, a Mosca, c’era una guida russa che accompagnava un gruppo di turisti italiani a visitare le chiese del Cremlino, io non le avevo mai viste le ho chiesto se potevo unirmi a loro, lei gentilissima mi ha detto di sì mi chiesto di dov’ero, Italiano, le ho detto io.
Sì, ma italiano di dove, mi ha chiesto lei.
Di Parma, le ho detto io.
Ah, Parma, mi ha detto lei, che città meravigliosa.
C’è stata?, le ho chiesto io.
No, mi ha detto lei, ma ho letto La certosa di Parma.
Che allora, forse, ho pensato, il premio Sant’Ilario sarebbe bene darlo anche a Stendhal, se posso avanzare anch’io una candidatura.
Dopo, insomma, alla fine, ho detto che il mio rapporto con Parma, secondo me è espresso bene dall’inizio di una poesia di un grande slavista italiano che era anche un poeta, Angelo Maria Ripellino, inizio che dice Tu sei una strada, qualcosa che cresce quanto più si allontana.
Ecco, io, ho detto, mi sembra che più divento vecchio più divento parmigiano, che, da lontano, è una cosa che mi piace così tanto, e mi viene in mente Cesare Pavese quando scrive Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
E io, un paese, una città, una patria, ce l’ho, e si chiama Parma.
State bene.




Quando io la leggo mi viene da piangere. Però è quel pianto che ti fa stare bene. Quello che piangi e pensi: "come sto male bene".
Paolo chi, se non te, poteva meritare un premio così?