129. Vi avverto
Stasera presento Vi avverto che vivo per l'ultima volta al Supercinema di Santarcangelo, qui sotto un personaggio che si chiama Vitalij.
[Nell’edizione russa, le ultime 4 righe del paragrafo 11.6 e tutto il paragrafo 11.8 sono stati censurati]
11.6 Non lo sa
«Chi siamo noi, per decidere le cose?» mi ha detto Vitalij. «Siamo, nella maggior parte dei casi, degli ignoranti e, in molti casi, dei vigliacchi; se chiedessero a me di distribuire le risorse statali, io, devo dire, la maggior parte li darei ai miei amici, no, io non credo nella democrazia, a me il governo che c’era in Russia, fino all’altro giorno, non mi dispiaceva, devo dire».
«Ma adesso», ha detto «No sejčas’», ha ripetuto in russo, «è tutto cambiato, vsë izmenilos’».
11.7 Anche
C’è una cosa che non saprei spiegare, sui russi e sulla Russia. Gli anni che ho vissuto in Russia, sono stati tra i più emozionanti, i più interessanti e probabilmente i più divertenti della mia vita eppure, a sentirle raccontare da fuori, le storie russe sembran tristissime.
Un mio conoscente, appassionato di cinema muto, mi ha raccontato anni che, nel gergo dei cinefili il contrario di lieto fine si dice finale alla russa e Anton Pavlovič Čechov, quel signore che non piaceva a Anna Achmatova, ha scritto che in Russia un ottimista è un pessimista male informato. Lui crede, di essere un ottimista, ma, se si informasse, scoprirebbe che, come tutti noi, è un pessimista.
Anche la vita di Anna Achmatova.
Nella prima pagina della biografia di Feinstein si legge «Molti uomini si innamorarono di lei, mia i suoi tre matrimoni furono terribilmente infelici». E «Come fece notare lei stessa, negli anni in cui aveva cominciato a scrivere, l’idea che una donna facesse il poeta era considerata assurda».
Una vita orribile, vista da lontano.
Eppure, secondo me, è stata una vita meravigliosa, come la Russia, che, sembra stranissimo, dirlo oggi, in occidente, con quel che succede, ma la Russia, io devo dirlo, è un posto meraviglioso, per me. E orribile. Ma meraviglioso, anche. Ho fatto così fatica, in Russia. Sono stato così solo, in Russia; è il posto ideale, per essere soli, la Russia.
Con la luce che vien su da tutte le parti, e ti serve così poco. Una crosta di pane, un ditale di latte, e quel cielo lì, e quelle nuvole lì.
9.8 Dopo
Dopo lui è tornato in Italia, mi ha detto Vitalij parlando in russo.
Vive sei mesi in Italia e sei mesi in Russia, è un uomo d’affari, quello che in Russia si chiama Biznesmen, non avevano il nome, l’han preso dall’inglese
Ha messo su un’impresa tipografica, stampano i libri di fotografia per le case editrici occidentali, farlo da loro costa meno e lo fanno bene, son bravi. Ha una ventina di dipendenti, a Mosca, e gli affari sono andati anche abbastanza bene, fino al 24 febbraio.
«E adesso?» gli ho chiesto io.
«Adesso», mi ha detto Vitalij abbassando la voce «non lo so. Ci sono dei giornalisti che mi hanno cercato, che mi hanno chiesto di commentare quel che succede in Russia, e in Ucriana. Io, avrei tante cose da dire, non posso parlare. C’è della gente che lavora per me, in Russia, non sarebbe sicuro. E un po’ mi tormenta, questa cosa, di non potere parlare».
«Noi» mi ha detto, «la nostra generazione, a differenza della generazione di mio padre, eravamo convinti di potere dir tutto, ma che il nostro dire non cambiasse niente. Mentre mio padre sapeva di non poter dire niente. Ma adesso, lo sa, no? se solo chiami questa cosa guerra, che, non lo dica a nessuno, a me sembra il suo nome, se solo chiami questa cosa una guerra, ti possono mettere in galera per 15 anni. Allora, io adesso sono tranquillo, qui in Italia, la gestisco la cosa. Rifiuto le interviste, e con lei, per esempio, mi posso spiegare, tanto parliamo in russo non ci capisce nessuno. Ma in Russia? In Russia il russo lo capiscono tutti».
«Ma lei ci tornerà, in Russia?»
«Ci tornerò. Non so se poi ne potrò uscire»
E lì mi è sembrato che la storia che stavo raccontando, la storia di Anna Achmatova, e della sua relazione col potere sovietico, fosse più vicina a noi di quel che avevo immaginato quando questo libro avevo cominciato a scriverlo.
E, quando sono tornato a casa, ho scritto al museo Achmatova per chiedergli se mi invitavano che stavo scrivendo un romanzo e un libretto per un’opera lirica mi sarebbe piaciuto incontrarli di persona vedere un po’ di oggetti, di libri, di robe cose lì e per parlare con loro, per andare in Russia, andare in Russia, andare in Russia.
State bene.



