132. Disastri
Due cose, l'incontro Ci vediamo e la rivista online del Parma
Ieri abbiamo fatto un incontro su Zoom con gli iscritti a State bene Bombé, e stamattina ho visto nei commenti che non a tutti gli iscritti è arrivato l’invito, allora adesso, il mese prossimo, questa cosa la mettiamo a posto, intanto chiedo a chi è iscritto e non ha ricevuto l’invito di mandarmi una mail (paolo.nori@gmail.com) così, una di queste sere, facciamo un incontro con loro.
Dopo, la scorsa settimana è uscito il primo numero di un bimestrale online del Parma Calcio, io ho scritto il pezzo d’apertura, si trova qui, https://www.parmacalcio1913.com/news/parma-unplugged-nasce-la-nuova-rivista-digitale-del-parma-calcio/ bisogna loggarsi, se si dice così, per leggerlo tutto, intanto metto qui il mio pezzo.
La battuta che ho detto più spesso in questi ultimi anni è che a me piacciono due cose che fanno piangere, la letteratura russa e le partite del Parma, e quando mi han detto che sarebbe uscito un nuovo bimestrale sul Parma sono stato contento perché io leggo tutto quello che trovo, sul Parma, e mi sembra sempre che sia troppo poco.
Quando poi mi hanno chiesto di scriverne gli editoriali, mi è venuto in mente uno scrittore russo, Aleskandr Zinov’ev, che in un libro memorabile, Cime abissali, dice che tutto quello che è ufficiale è falso, affermazione che a me ha ricordato il modo di dire parmigiano «Essere falsi come una lapide».
Ecco, il rischio, di parlare del Parma in un bimestrale diffuso dal Parma calcio è di diventare una voce ufficiale, falso come una lapide.
Allora, se questi articoli di apertura del Magazine dovessero prendere una piega lapidaria, prego i lettori di farmelo presente alla mail paolo.nori@gmail.com.
Sull’altra passione della mia vita, la letteratura russa, io ho scritto tanti romanzi, e è da tempo che vorrei scriverne uno anche sul Parma calcio, e forse questo spazio può diventare una specie di laboratorio per raccogliere i testi di un futuro romanzo sul Parma, che si potrebbe forse intitolare Esiste un’altra squadra?, che è il titolo del canale Telegram sul quale, da qualche anno, racconto le partite del Parma per come le ho viste io.
E la prima cosa che posso forse mettere qui è una cosa che ho scritto qualche anno fa quando mi sono chiesto cosa ci vado a fare, allo stadio Tardini di Parma.
Ho cominciato a tenere per il Parma nel 1970, avevo scritto, quando avevo sei anni e il Parma giocava in serie D, nel girone B, e i suoi principali avversari erano il Crema, la Gallaratese, la Pergolettese e la Cremonese.
Ma ho cominciato a fare l’abbonamento qualche anno dopo, quando il Parma era in serie C, e i ricordi più vividi, della mia esperienza di tifoso del Parma, hanno a che fare col freddo.
Ho preso tanto di quel freddo, allo stadio Tardini di Parma; c’erano le sedute ancora di legno, tribune in tubi innocenti e assi di legno, e, quando il Parma perdeva, io mi ricordo che tornando a casa mi chiedevo “Ma cosa ci vado a fare, a prendere tutto quel freddo?”.
Adesso lo so, cosa ci andavo a fare.
Un po’ ci andavo perché mi piaceva moltissimo la maglietta, del Parma, bianca con la croce nera, c’era solo il Parma, al mondo, con quella maglietta lì, un po’ ci andavo per vedere la gente, che tutta quella gente, i cosiddetti tifosi, a guardarli, anche loro, quando arrivavano, e quando andavano via, non avevan le facce di gente che andava, o veniva via da un posto dove si erano, dico una parola grossa, divertiti, no.
Avevan le facce di gente che, prima della partita eran preoccupati, che erano tesi, come se dovevan passare un esame, che poi era un esame che non lo davan neanche loro, come se assistevano a un esame che ci tenevan tantissimo che andava bene e non potevan far niente, che hai voglia studiare, interrogavano un altro, prima della partita, e dopo, se avevano perso, che erano delusi, che erano disincantati, di cattivo umore, che loro lo sapevano, che andava a finire così, che l’avevano detto, o non l’avevano detto ma se lo sentivano.
Ho fatto anche delle trasferte, con le felpe, le giacche a vento, le corriere, i termo per il caffè, i biglietti con la filigrana, da conservare, le sciarpe, le radioline con le cuffie e anche lì, io ogni tanto anche allora, quando perdevamo, a tornare indietro, dopo essermi detto che io lo sapevo, che andava a finire così, che l’avevo anche detto, o che non l’avevo detto ma me lo sentivo, io mi chiedevo che senso aveva, e mi rispondevo che il senso era vincere solo che non sono d’accordo che il senso fosse vincere.
Perché, non so, per esempio, vincere, io mi ricordo l’Italia, i mondiali, le due volte che ha vinto che io mi ricordo, la gente sopra le macchine, con le bandiere, con le facce pitturate di blu, o di tricolore, a gridare, a suonare il clacson, a bere, non so, io non l’ho mica mai tanto capito, che gusto c’è, a vincere.
Secondo me, mi sbaglierò, ma quando perdi, che poi non perdi te, perdono loro, ma a te ti dispiace, e magari perdi quattro a zero, o cinque a uno, e nell’andare a casa guardi per terra e vedi tutte le foglie, tutte le crepe che ci son sull’asfalto e ti vien da pensare a tutto quello che non va mica bene nella tua vita, a tutte le cose che ti eri ripromesso che le facevi e poi non le hai fatte, tutto il freddo che hai preso, ecco secondo me, quei momenti lì, che te ti chiedi «Ma che vita sto facendo?», ecco secondo me son momenti che a me piaccion di più, di quando sei in centro, imbottigliato sopra una macchina, che canti l’inno nazionale con una bandiera in mano e la faccia dipinta di blu, o di tricolore o di biancocrociato o di qualsiasi altro colore.
Questa cosa io credo che, bene, l’abbia scritta un tennista che si chiama Andre Agassi in un libro che si intitola Open nel passo in cui racconta cos’ha pensato dopo che ha vinto il primo Wimbledon della sua vita (la traduzione è di Giuliana Lupi). «Ho la sensazione» ha scritto Agassi «di essere stato messo a parte di un piccolo, ignobile segreto – vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente».
Ecco.
Un grande poeta e slavista italiano, Angelo Maria Ripellino, quand’era in sanatorio, in Repubblica Ceca, che si curava, chiamava sé stesso e gli altri ricoverati «i nonostante».
«L’avverbio – ha scritto Ripellino – si fa sostantivo, a indicare noi tutti che, contrassegnati da un numero, sbilenchi, gualciti, piegati da raffiche, opponevamo la nostra caparbietà all’insolenza del male».
Io credo che noi tifosi del Parma siamo, minimamente, tutti dei Nonostante. Noi non teniamo per il Parma per le vittorie, che certo ci sono state, ci saranno e siamo contenti, ma noi teniamo per il Parma nonostante le sconfitte, il freddo, la delusione, il disastro delle nostre partite e delle nostre vite, e quello che voglio fare in questa specie di rubrica è guardare dentro questo mistero: perché siamo così affezionati a questi disastri?
E se qualcuno dei tifosi del Parma che leggono questa rivista vuole raccontarmi i propri, di disastri, la mail è quella di prima: paolo.nori@gmail.com. Grazie.
State bene.




Molto bello, grazie, sostituirò Parma con Prato e lo leggerò la domenica pomeriggio dopo l'ennesima delusione
Anche tifare per il Toro, però, come faccio io da quando sono nato (perché in famiglia da me erano tutti del Toro, mio nonno, e mio padre, che avevan visto il Grande Torino e han pianto a Superga), anche tifare per il Toro, però, lo si fa mica tanto per farsi del bene.
E scusate se m'intrometto da tifoso di un'altra squadra, però è un'altra squadra che fa piangere come la vostra, credetemi. Quindi vi capisco.