135. Un'intervista
Viviana Pungì, che si sta per laureare in Filologia moderna alla Sapienza di Roma, mi ha fatto un'intervista e mi permette di metterla qui (grazie).
1. In un mondo di tragedie collettive e globali, che funzione ha l’ironia nei suoi libri quando si misura con i piccoli grandi drammi quotidiani? Com’era ai tempi di Bassotuba non c’è e com’è cambiata nel corso degli anni?
Qualche anno fa ho letto un libro di Jonathan Safran Foer, Eccomi, e dopo ho scritto un pezzetto che diceva, tra l’altro: Mi è capitato spesso di sentir dire, di un libro, che era un libro ironico, che secondo me non è complimento perché l’ironia, per me, è una figura retorica; una figura retorica che mi sembra sia stata usata bene, per esempio, da Daniele Benati, nell’Opera n. 109 delle Opere complete di Learco Pignagnoli, che fa così:
«Opera n. 109. C’era un tipo, un certo Fofi, da non confondere con il critico, che una volta siamo andati al cinema insieme, lui russava, io russavo. Abbiam visto un bel film».
Ecco, l’ironia è una figura retorica che consiste nel dire il contrario di quel che si pensa, e un libro che si fondasse sull’ironia, in cui continuamente si usasse questa figura retorica, in cui l’io narrante dicesse esclusivamente il contrario di quello che pensa, sarebbe un libro molto ironico ma non sono sicuro che sarebbe un bel libro. Io credo che quello raccontiamo, tutti noi che scriviamo dei libri, è la fatica che si fa a stare al mondo, e l’ironia, sia nei libri che nelle nostre giornate, è uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per tirare avanti. Nei giorni in cui scrivevo Bassotuba non c’è, era il 1998, ero più giovane e molto arrabbiato. Oggi sono più vecchio e meno arrabbiato e era meglio prima, forse.
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