152. Ma guarda
Un libro che diventa un podcast che diventa un libro
Io, adesso, mi rendo conto, anche la cosa che ho appena scritto, a leggere certe cose potrebbe sembrare che io scriva con apatia e indifferenza la prima cosa che mi viene in mente invece no, se scrivessi con apatia e indifferenza la prima cosa che mi viene in mente ce ne verrebbe una gamba, no, dietro questa scrittura apparentemente apatica, indifferente e casuale c’è tutto un lavoro non dico certosino ma un po’, non so come dire… certosino, che io, com’è evidente, quando scrivo, provo a scrivere come parlo, e io, quando parlo, non parlo in dizione, mi sentirei ridicolo, se parlassi in dizione.
Chi è che parla in dizione, in Italia?
Gli attori, quando sono sul palco a Siracusa che recitano Eschilo, Sofocle e Euripide, quella cosa lì che io conosco poco perché ho fatto ragioneria, ma non volevo dir quello, volevo dire che una volta, ero nelle Marche a fare una lettura, sono andato in giro una mezza giornata con l’organizzatrice che era un’attrice marchigiana che parlava in dizione anche per strada e io avevo vergogna.
Cioè cercavo di starle lontano perché non volevo che la gente pensasse che eravamo insieme.
Perché veramente c’è da avere vergogna a parlare in un modo così pulito: pesca / pèsca; venti / vènti; non sette, sètte; non sonno, sónno.
Sónno.
Ho sónno.
Ma va a caghèr.
No, io quando scrivo, o quando parlo, non voglio che le robe che scrivo o che dico siano laccate, io, se fossi un musicista, non vorrei essere Rimskij Korsakov io vorrei essere Musorgskij, cioè io voglio essere qualcosa che ti viene un po’ freddo quando lo senti no?
Che forse è poco elegante ma non voglio far finta di essere elegante non essendolo.
E secondo me delle volte ci riesco, a non essere elegante.
Con tutti i difetti di pronuncia tutte le pause, ecco, io son stupefatto quando vado nei programmi radiofonici o televisivi, ogni tanto ci vado, che gli altri ospiti gli fanno delle domande e loro sanno rispondere a tutte le domande che sembra che non hanno neanche bisogno di pensare.
E questo, però, io non voglio diventare così, anzi, io non posso diventare così perché io le cose non le so, io non so niente, e la cosa, principalmente, che non so, è stare al mondo, e non ho nessuna speranza di imparare e questo mi piace, e il fatto che mi piaccia dipende anche dal mestiere che faccio, che può sembrare strano ma adesso mi spiego.
Io, quando lavoravo a fare un metanodotto, a Nîmes, nel ’96 che poi ho dato le dimissioni, son tornato in Italia e mi sono messo a scrivere, lì è cambiata il mio punto di vista, il mio posto nel mondo, la mia orbita, il mio sistema solare, la mia legge di gravità, se così si può dire.
Cioè prima, in Francia, io ero dentro l’organigramma, e ero impegnato a salire, dovevo far carriera, volevo, far carriera, o, perlomeno, credevo di volerlo, e per salire, per fare carriera, dovevo dimostrare agli altri che ero più intelligente di loro e, devo dire, ogni tanto mi sembrava di riuscirci, e mi promuovevano, e mi aumentavano lo stipendio, e io ero anche contento e se, mi succedeva, facevo delle coglionate, ne ho sempre fatte, ne ho fatte anche in Francia, nei quattro mesi che son stato a Nîmes, be’, quando le facevo, lì a Nîmes, cercavo di nasconderle, di non divulgarle, e non c’è bisogno di spiegare il perché.
Ecco.
Dopo, tornato a casa, nel settembre del ’96, avevo appena deciso di provare a scrivere, di provare a scrivere e di farne il mio mestiere, di guadagnarmi da vivere con i romanzi che non avevo ancora scritto e ero in centro a Parma a fare una vasca, in via Cavour, che via Cavour, come sanno i parmigiani, è la strada delle vasche, o perlomeno era la via delle vasche nel ’96, era sabato, c’era un sacco di gente, ho sentito uno dietro di me che ha detto «Oh, Coglione!» e mi sono voltato convinto che chiamasse me.
Non chiamava me, ma io, accorgermi che la mia autostima era a un livello così basso, ero stato contento.
E ero stato contento perché mi ero accorto che non dovevo più dimostrare di essere intelligente.
Avevo cambiato mestiere.
Dovevo trovar delle storie, e quella lì, di me che sento uno che dice Oh, coglione, e mi volto, l’ho messa poi dentro il secondo romanzo che ho pubblicato.
C’è un esempio al quale sono affezionato.
È successo una volta che mi ero appena trasferito a Bologna con Francesca, noi con Francesca ci siamo visti per la prima volta i primi di settembre, in novembre abitavamo insieme, e una volta, ero lì nella cucina minuscola del nostro appartamento in via del Fico, in centro a Bologna, io avevo appena firmato un contratto con l’Einaudi, il mio primo contratto con una casa editrice grande, e quella volta lì, ero da solo, Francesca doveva tornare che poi dovevamo andare insieme al Teatro Occupato, avevo visto il secchiaio che c’eran dei piatti da lavare, mi ero messo a lavare i piatti, e, intanto che lavavo i piatti, “Guardalo qua” avevo pensato, “uno che ha appena firmato un contratto con Einaudi, guardalo qua a lavare i piatti. Che umiltà” avevo pensato, e poi mi ero fermato nel mio lavare, “Ma sei deficiente?” avevo pensato.
Dopo, io per una decina d’anni ho abitato alla Croce di Casalecchio in una vecchia palazzina a due piani dove le pulizie le facevamo a turno e io, una volta ogni due mesi, dovevo pulire con lo straccio i due piani di scale della nostra palazzina e tutte le volte pensavo “Guardalo qua. Uno che pubblica con Mondadori, guardalo qua che passa lo straccio su per le scale. Che umiltà, pensavo”, e tutte le volte ero contento, perché mi sembrava che stavo facendo il mio mestiere, il deficiente.
Perché io, fin dalla prima volta, lì a Parma, in via Cavour, nel settembre del ’96, io ormai è una festa, scoprire che sono un deficiente e non ho nessuna speranza di essere altro e non voglio, diventare altro, perché dovrei cambiare mestiere e qui c’è la storia di Gor’kij e di Čechov.
Perché Maksim Gor’kij era un orfano vagabondo, poverissimo e disgraziato, e si è messo a scrivere e ha avuto un successo straordinario, e a un certo momento gli arriva una lettera di Čechov, che era uno degli scrittori più celebri della Russia, che gli dice che lui, Gor’kij, scrive delle cose bellissime e è bravissimo e scriverà delle cose ancora più belle in futuro e lo aspetta un futuro radioso.
E Gor’kij risponde a Čechov gli scrive che quando ha letto la lettera di Čechov ha pensato che si è sbagliato, Čechov, e che lui, Gor’kij, non è bravissimo e non ha davanti a sé nessun futuro radioso, che lui invece è uno che si è messo a correre come un treno che va fortissimo solo che lui, sotto, non ha le rotaie e andrà a finire che si spacca la testa contro un muro.
E Čechov legge la lettera di Gor’kij e gli risponde e gli dice «Cosa dice, Gor’kij, lei sa benissimo che non ci si spacca la testa perché ci si è messi a scrivere, ma che ci si mette a scrivere perché ci si è già, spaccati la testa».
Ecco.
Cioè io, non sono un deficiente perché faccio questo mestiere poco dignitoso di scrivere dei libri, faccio questo mestiere poco dignitoso e bellissimo perché ero un deficiente che non poteva fare altro, probabilmente, nella sua vita.
Allora, forse, mettere insieme una serie di momenti nei quali la mia deficienza si è manifestata può forse diventare una specie di manuale su come si può vivere in questa condizione di scarsa intelligenza e magari ricavarne anche qualche vantaggio, ho pensato.
State bene.
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Poco tempo fa ti ho incontrato in via cavour e il tuo volto mi è così noto che spontaneamente ti ho salutato ma tu non mi hai degnato di uno sguardo. Eppure al mio compagno ho detto “non mi avrà sentito, non è mica il tipo da snobbare la gente”. Come se ti conoscessi.
Leggerti è sempre una boccata d' aria, soprattutto quando l' aria manca