164. Ancora Dante
Il 6 giugno mi hanno invitato a Firenze a Parlare mezz'ora di Dante e mi è tornato in mente il discorso che ho fatto nel 2023 alla Biblioteca Classense, metto qui l'inizio, l'integrale su Bombé
I sandali di Dante
domenica 10 settembre, alle 10,
alla sala Dantesca della biblioteca Classense,
in occasione del 702°
Annuale della morte di Dante
Si sente? Grazie.
Buongiorno.
Grazie dell’invito, sono onorato, come si dice.
0. Breve premessa
C’è uno scrittore russo che si chiama Sergej Dovlatov che ha cominciato a pubblicare che era negli Stati Uniti, dopo averci provato per tanti anni in Unione Sovietica, e che, una volta che i suoi libri avevano cominciato a circolare, aveva dei problemi con la propria notorietà letteraria.
«Quando vado in un posto e mi riconoscono, «diceva Dovlatov, «mi stupisco. Quando vado in un posto e non mi riconoscono», diceva, «mi stupisco. Son sempre stupito», diceva.
Ecco, io, un po’ anch’io, devo dire.
Quando, per esempio, propongo a una casa editrice, non so, a Mondadori, un romanzo, non so, sulla vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, e loro mi rispondono e mi dicono di sì, io, non dico niente, ma dentro di me penso “Ma siete sicuri? Ma voi veramente pensate che io sono capace di scrivere un romanzo sulla vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij? Sicuri sicuri? Volete magari pensarci un altro po’?”, ho pensato quando mi han detto di sì, non ho però detto niente, son stato bravo.
E quando Silvia Masi mi ha scritto per propormi di tenere questa Solenne prolusione il giorno del 702° anniversario della morte di Dante, io ho pensato “Sicura sicura?”.
Non ho detto niente, e adesso, dopo che il sindaco di Ravenna, nelle cose che ha detto pochi minuti fa, ha citato un mio predecessore, uno che qualche anno fa ha tenuto la solenne prolusione che devo tenere io oggi, e era Benedetto Croce, io ho pensato che forse avrei fatto bene a dirlo, a Silvia Masi, “Ma sei sicura?”. Solo che ormai, non ho detto niente, andiam pure avanti.
Io, di mestiere, scrivo dei libri, e devo dire che la letteratura italiana contemporanea, quella dagli anni ’90 in poi, la conosco abbastanza bene, conosco di persona anche molti dei protagonisti, cosa normalissima, ci incontriamo nei festival, ci salutiamo, ci leggiamo, ci piacciamo e ci dispiacciamo; sui classici, italiani, io, devo dire, sono meno preparato.
Io sono laureato in lingue e letterature straniere, specialista in lingua e letteratura russa e sono piuttosto monomaniaco, come carattere, solo che, oltre che appassionato di lingua e letteratura straniera, sono uno che scrive dei libri in italiano, e mi sembra una cosa evidente, pacifica, che uno che scrive dei libri in italiano, oggi, 702 anni dopo la morte di Dante, con Dante deve avere a che fare, quindi, io, anch’io, con tutta la mia monomania, ho avuto a che fare con Dante, sia direttamente che di sponda, perché alcuni degli scrittori russi coi quali ho avuto a che fare hanno avuto anche loro, a che fare con Dante, e mi hanno fatto vedere Dante da lontano, e da lontano le cose non è che si vedano necessariamente peggio, anche quando è un lontano che oggi sembra lontanissimo: la Russia.
1. La Russia
Se dovessi definire la mia relazione con la Russia direi che sono un appassionato di letteratura russa, non sono un esperto, sono troppo impreciso per essere un esperto, non sono uno studioso, sono un appassionato, mi sento ancora, a sesssant’anni, uno studente, e mi piace attribuirmi quei meravigliosa frase della Chanson des vieux amants di Jacques Brel «E finalemente, finalment, Il nous fallut bien du talent pour être vieux sans être adultes».
L’altro giorno ero a Arona, sul lago Maggiore, a presentare un libro che ho scritto su Anna Achmatova; sono stato, più volte, al museo Achmatova, a Pietroburgo, e quando ci sono andato l’anno scorso, per preparare appunto il romanzo sull’ Achmatova, mi hanno fatto vedere il volume di Dante sul quale Achmatova studiava l’italiano, e mi hanno raccontato che, negli ultimi anni della sua vita degli studenti occidentali l’hanno visitata e, visto questo volume, le hanno chiesto se leggesse Dante in originale e lei li ha guardati stupita e gli ha risposto «Se leggo Dante in originale? Non faccio altro».
2. Non faccio altro
Ecco io, l’altro giorno, ad Arona, ho presentato il libro di Anna Achmatova insieme a Dacia Maraini, dopo la presentazione siamo andati a cena, alla fine della cena è arrivato l’ex sindaco di Arona, oggi parlamentare, a salutare Dacia Maraini, che mi ha presentato ha detto che avevamo appena presentato il mio libro su Anna Achmatova.
Quel signore ha fatto una faccia come se non sapeva chi era Anna Achmatova, che è una cosa normalissima, e io gli ho detto «È una grande poetessa russa, io sono un appassionato di letteratura russa».
E lui, ha cambiato ancora faccia e ha detto, piano: «Queste son cose che, in questo periodo, bisogna dirle un po’ a bassa voce».
«Bene», gli ho detto io, «io non faccio altro che dirle ad alta voce».
Perché, forse ha ragione, quel parlamentare, certe cose, in certi periodi, bisognerebbe dirle a bassa voce, solo che io, a pensare a me che dico a bassa voce che mi piace la letteratura russa mi viene in mente una parola che mi diceva mia nonna Carmela: reputazione.
«Ant’ghe mia äd reputasio’», mi diceva mia nonna Carmela, «non hai reputazione».
Non avrei reputazione, se, in questi tempi, rinnegassi la letteratura russa, la cultura russa, la lingua russa alle quali ho dedicato, con la passione della quale sono capace, la maggior parte della mia vita, farebbe bene mia nonna a dirmi «Ant’ghe mia äd reputasio’».
Che io, mi metto nei vostri panni, voi state ascoltando uno che sta tenendo un discorso solenne su Dante e invece di parlare di Dante parla di sua nonna Carmela cosa c’entra tua nonna Carmela con Dante? Potreste chiedermi, e io vi risponderei che mia nonna Carmela, con Dante, c’entra tantissimo, secondo me.
3. Amore
Uno dei versi più commoventi, più belli, più potenti di Dante, per me, è l’ultimo verso della Divina commedia, «L’amor che move il sole e l’altre stelle», che è un verso che mi tocca, che mi scuote, che mi ferisce, anche se è centrato su una parola, amore, che io non dico mai; ci sono queste parole, non so, felicità, o, appunto, amore, con tutti i suoi derivati, il verbo amare, per esempio, sono parole che io non ho mai capito tanto bene.
La felicità, per esempio, io una volta ho letto che Gianni Celati ha scritto che la felicità è un concetto americano e son stato contento, perché io non ho mai voluto essere felice, io non ce l’ho, nella testa, il concetto di felicità.
Per non parlare dell’amore, che mi fa un po’ impressione, applicato a me; lo capisco, quando ne parla Dante, ma dirlo io, il verbo amare, «Ti amo», ecco io «Ti amo» è una cosa che non ho mai detto a nessuno, e ho paura che se mai lo dicessi, seriamente, a qualcuno, «Ti amo», mi crollerebbe la faccia, dovrei poi raccogliere i pezzetti della mia faccia sparsi per tutta la stanza; io non son capace di dire «Ti amo», e per degli anni mi sono chiesto perché, e poi ho capito, forse, perché, ho queste idiosincrasie: in dialetto parmigiano la felicità e l’amore non ci sono.
Non si dice in parmigiano «Son stato felice», si dice «A son ste’ bén», «Son stato bene»; e non si dice, in parmigiano, «Ti amo», si dice «At vòj ben», «Ti voglio bene», cioè è come se la mia lingua, mi sono accorto, avesse la coda, o le radici, nella lingua di mia nonna, che era una signora che aveva fatto la terza elementare e che l’italiano non lo parlava benissimo, cioè lo parlava, ma c’erano delle parole, non so, il boiler, lei non riusciva a pronunciarla, questa parola, il boiler lei l’ha chiamato bolide per tutta la vita, non aveva gli organi fonatori in grado di pronunciare il dittongo oi, e quando ho raccontato questa cosa a un ragazzo di Parma lui mi ha detto «Adesso capisco perché mia nonna chiama mia moglie Clavdia».
Mia nonna Carmela usava delle espressioni, non so, diceva «È passata un’ambulanza a sirene spietate», che aveva ragione, sono spietate, era eloquente anche senza avere studiato, mia nonna, non aveva potuto, studiare, era la sedicesima di diciassette fratelli e sorelle era andata a servire a casa di un generale a undici anni e mi diceva «Paolo, a casa nostra c’era una miseria che quando siam diventati poveri abbiamo fatto una festa», e io, è un limite, certo, ma sono così contento, di avere le radici della mia lingua nella lingua di mia nonna, e sono contento del fatto che il primo libro che ho pubblicato comincia con mia nonna, la prima frase che ho pubblicato nella mia vita è: «Mia nonna Carmela si chiamava Carmela» e io sono onorato dal vostro invito anche solo per il fatto di poter pronunciare il nome di mia nonna, Carmela Dall’Asta, in un contesto così nobile come questa solenne prolusione in memoria del nostro più grande poeta.
A questo punto voi potreste dire, «Bene, siamo contenti che tu sia contento di pronunciare il nome di tua nonna Carmela Dall’Asta in un contesto così nobile, ma ti sembra di averci spiegato cosa c’entra, tua nonna Carmela Dall’Asta, con Dante Alighieri?».
E io vi potrei rispondere «No, non mi sembra di averlo spiegato ma adesso lo spiego».



