169. Dante
Discorso che leggo domani a Firenze, a Villa Bardini, per La città dei lettori (un estratto esce domani sul Fatto quotidiano).
Poco meno di vent’anni fa, in un festival sardo che si chiamava Sulla terra leggeri, Angelo Maria Bellu ha presentato, insieme a Marino Sinibaldi, un suo romanzo che si intitola L’uomo che volle essere Peron, e a Marino Sinibaldi, che gli chiedeva come mai, in un periodo così confuso, la Sardegna vivesse, nel campo della musica e della letteratura, un momento così felice, Bellu ha risposto che era una cosa che da dire era difficile ma che forse c’entrava il fatto che i sardi, anche quelli che avevano lasciato l’isola, avevano comunque dentro di sé un universo di riferimento, e che lui, per esempio, che abitava a Roma da tanti anni, quando usciva da Roma e si trovava all’altezza, non so, adesso non mi ricordo, di Civitavecchia, mettiamo, è come se fosse arrivato ad Arasolè, perché le unità di misura che si portava con sé, dovunque andasse nel mondo, erano quelle lì, sarde (nell’immagine Lev Bruni, ritratto di Mandel’štam, che c’entra, se ne parla dopo).
Tutti i chilometri che ha percorso Bellu nella sua vita son stati chilometri sardi, ha detto quella volta Bellu, e io, mi ricordo, allora ho pensato che io, l’unica letteratura che conosco un po’ bene è la letteratura russa e quello che leggo, anche quando leggo dei libri italiani, o americani, leggo poi sempre dei russi, e per quello l’invito che mi avete fatto, di parlare di Dante visto dalla Russia, è un invito che mi sembra sensato, diversamente da un invito che riguardava sempre Dante che mi hanno fatto tre anni fa.
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