191. Una non intervista
Tutti i giorni succede qualcosa, oppure no
Ogni tanto il quotidiano La stampa mi chiede un’intervista, anche oggi e anche nel maggio del 2025 quando hanno pubblicato una mia intervista su Tuttolibri, se non ricordo male.
Per iscritto, io le interviste tutte per iscritto.
Così almeno, penso, pubblicano quello che dico.
In quell’intervista, della quale ho già parlato anche qua, il giornalista, che si chiama Cesare Martinetti, mi ha fatto le domande che metto qua sotto con le mie risposte:
Perché Delitto e Castigo è il romanzo della sua vita?
È il primo romanzo russo che ho letto, avevo 15 anni, quando l’ho finito ne ho cercati degli altri.
Chi ha scritto il romanzo perfetto? Dostoevskij o Tolstoj? O Flaubert?
A me i romanzi, come le persone, forse, non piacciono per le perfezioni ma per le imperfezioni. A me piacciono molto i russi, e una volta, dopo un incontro nel quale ne avevo parlato, mi hanno chiesto di definire, con una parola, i russi, e io ci ho pensato e poi ho detto «Insopportabili». Anche la mamma di mia figlia, quando mi piace, e glielo voglio dire le dico «Sei insopportabile».
A cosa servono i russi?
Questo è il titolo di un podcast che ho fatto con Chora Media, per avere la risposta bisogna ascoltare il podcast, che non dura tantissimo, un paio d’ore.
Che filo c’è tra la sua Russia letteraria e quella che sta facendo la guerra all’Ucraina?
Questa cosa l’ho raccontata decine di volte e la racconto un’altra volta molto volentieri. Una volta ero a Pietroburgo con un mio amico, che si chiama Tim passeggiavamo sul Litejnyj prospekt, una delle lunghe strade rettilinee che si trovano in quella città, e siamo passati davanti alla sede dei servizi segreti, l’ex Kgb, un grande edificio che i pietroburghesi chiamano “Bol’šoj dom”, “La grande casa”, e quel mio amico mi ha detto che un ex funzionario del Kgb aveva proposto di fare diventare quell’edificio monumento letterario. La proposta ha destato stupore, gli hanno chiesto «Ma perché?», «Come perché?» ha risposto lui «son passati tutti di qui». E aveva ragione. Tutti i più grandi scrittori russi del Novecento sono passati di lì e qualcuno, di lì, non è uscito. La letteratura russa è, non solo oggi, anche in epoca sovietica e zarista, il più grande nemico del potere russo, e mi sembra che diffonderla non significhi fare un piacere al potere ma fargli un dispetto.
La letteratura russa è innocente?
Che strana domanda.
Il popolo russo è innocente?
Il popolo tedesco è innocente? Il popolo italiano è innocente? Il popolo israeliano è innocente? E il popolo palestinese? Il popolo turco? Il popolo statunitense? Che strana locuzione, il popolo statunitense. Esiste? Non uso popolo americano perché l’America è un continente composto, per gran parte, da persone che parlano spagnolo o portoghese per via di quello che Zvetan Todorov in un libro molto istruttivo ha chiamato «Il problema dell’”altro”» (Il libro si intitola La conquista dell’America, in riferimento alla quale mi viene da chiedere se il popolo spagnolo è innocente. E quello portoghese?).
Ecco.
Questa intervista è stata pubblicata con, nel titolo «Tutti i popoli sono colpevoli». Tra virgolette. Come se questa cosa l’avessi detta io.
E mi sembra di aver detto il contrario.
L’ufficio stampa mi ha poi detto che, quando ha fatto notare che il titolo ribaltava quel che avevo detto, il giornalista non si è scusato.
Pretendeva di avere ragione lui.
Aveva anche tagliato la domanda La letteratura russa è innocente?, che i lettori della Stampa, e di Tuttolibri, non hanno potuto leggere peccato, è forse la domanda che mi piace di più, in quell’intervista.
Ecco.
Era per spiegare perché, dal maggio del 2025, non ho più dato interviste alla Stampa e a Tuttolibri.
State bene.




Sempre grande e, mi ripeto, straordinario, Paolo Nori!!
Sei insopportabile.