204. Sempre la Russia
Questo articolo è uscito oggi, in un formato leggermente diverso, sul Fatto quotidiano
Una dei primi posti dove siamo andati, in questo giro a Mosca, è l’Istituto Gor’kij, un palazzo dove, dal 1933, c’è una scuola di scrittura fondata da Maksim Gor’kij che è anche il posto dove, nel Maestro e Margherita, c’è la sede del sindacato degli scrittori nella quale, il giorno in cui comincia il romanzo, ci dovrebbe essere una riunione presieduta da Michail Aleksandrovič Berlioz che però non la può presiedere perché un tram gli taglia la testa.
E è sempre qui che, più avanti nel romanzo, Begemot, un gatto enorme che prende il tram e che gira con un fornello a gas in mano, con un suo collega che si chiamava Korov’ev, si presenta per entrare e una signora li ferma e gli chiede se sono scrittori, e loro dicon di sì, e lei chiede la tessera, e Korov’ev dice che, secondo lui, Dostoevskij di tessere non ne aveva ma di sicuro era uno scrittore. E la signora dice «Lei non è Dostoevskij», e Korov’ev le chiede «E come fa a saperlo?», e la signora dice «Dostoevskij è morto», e Begemòt risponde «Protesto! Dostoevskij è immortale».
E noi, io e Claudio, che è il mio amico fotografo che mi accompagna, siamo stati lì e abbiamo pensato “Ma pensa”.
[L’immagine con i luoghi del Maestro e Margherita è di Jamie Whyte]
Dopo siamo andati al numero 10 della Bol’šaja Sadovaja, dove c’è l’appartamento dove abitava Bulgakov, in una corte interna, e a Claudio è piaciuto molto il fatto che, entrando in cortile, alla sinistra c’è scritto Casa di Bulgakov e ci sono delle statue, e dei cartelloni e delle foto di Bulgakov e dei turisti che entrano ma quella lì non è la casa di Bulgakov, è un teatro, credo (non ci sono mai stato) la casa di Bulgakov è la scala dopo, il cui ingresso è in fondo al cortile e c’è scritto Nechorošaja kvartira, che significa Appartamento malefico, più o meno, e lì invece siamo entrati e abbiamo fatto delle foto per un monologo che io farò quest’autunno e che si intitola Paolo Nori racconta Il maestro e Margherita e si sottotitola Sympathy for the Devil, che effettivamente, in quel romanzo lì, Woland, il diavolo, è il personaggio più simpatico, secondo me.
Dopo siamo entrati in metropolitana in una vagone vecchissimo come quelli che c’erano la prima volta che son venuto in Russia, nel 1991, e mi è tornata in mente una volta, ero nella metropolitana di Mosca, abitavo vicino alla stazione Babuškinskaja, lontano, dal centro, e tutti i giorni andavo avanti a indietro per andare a studiare alla biblioteca Lenin, dietro il Cremlino, passavo un’ora e mezza in metropolitana tutti i giorni e leggevo, come la maggior parte dei russi che mi circondavano.
La prima volta che sono salito in metropolitana, a Mosca, nel 1991, leggevano tutti dei libri, era incredibile, questo è il mio posto, avevo pensato, non leggevano i giornali, non ci credevano, ai giornali, i russi, nel marzo del 1991, e non guardavano i cellulari, non c’erano ancora, i cellulari, allora, leggevano tutti dei libri e anch’io avevo il mio libro e era un volume che ho ancora, uno dei primi libri in cirillico che ho posseduto, c’erano dentro tre romanzi di Bulgakov, allora io volevo fare la tesi su Bulgakov, e in quel libro c’erano La guardia bianca, Il maestro e Margherita e Romanzo teatrale, e io, La guardia bianca e Il maestro e Margherita li avevo già letti, Romanzo teatrale no, in quei viaggi leggevo Romanzo teatrale e era bellissimo perché era la prima volta che, leggendo un romanzo in cirillico, mi sembrava di capire tutto, ero preso dalla lettura, volevo vedere come andava a finire e, mi ricordo un momento, in quel marzo del 1991, sulla metropolitana di Mosca, che mi sono accorto che Romanzo teatrale era un romanzo incompiuto, e ho alzato la testa, nel vagone della Metropolitana, ho visto quelli che erano lì con me nel vagone e ho pensato “Ma guarda. Loro non lo sanno, con chi stanno condividendo il vagone della metropolitana di Mosca”., Non avevo ancora cominciato a scrivere, ma ero già colpito dalla profondità della mia coglionaggine”, ho pensato.
Dopo siamo andati a Tula e io ho postato sui social una cosa che ho pubblicato più di 20 anni fa in Si chiama Francesca, questo romanzo, un pezzo che copio qua sotto:
«Uno dice Tula, cosa fanno a Tula? fanno le pentole. Questo lo so perché ho studiato russo. Lingua e letteratura russa, ho studiato, sei anni. Questo non è privo di conseguenze, ma lasciamo perdere.
Uno dice Tula, cosa fanno a Tula? fanno le pentole. Tula era la città russa famosa per la sua produzione di pentole. Un po’ come Parma con i prosciutti. O Vigevano con le scarpe. Vigevano non sono sicuro. È una informazione di seconda mano. Non ci sono mai stato, a Vigevano.
Ho letto un libro, Il calzolaio di Vigevano, facevan tutti le scarpe, in quel libro lì. Uno legge Il calzolaio di Vigevano, ha l’impressione che a Vigevano non fanno altro che far delle scarpe. Dopo se è vero o se non è vero uno non lo sa. Comunque a Parma i prosciutti li fanno davvero. E a Tula, le pentole.
Ecco, io mi son ricordato, era il novantasette. Era il novantasette, ero in Armenia. Ero in Armenia, mi ero preso un mese di ferie. Il mio mestiere mi aveva ridotto malissimo, sentivo che avevo un urgente bisogno di far delle ferie, ero andato in Armenia. Allora in Armenia lì si parlava, una sera, Allora adesso tra poco torni in Italia, mi dicevano.
Sì, gli dicevo, ma prima passo dalla Francia, gli dicevo, che in Francia a Parigi mi aspetta la mia ragazza dopo torniamo insieme, in Italia.
Allora, mi son ricordato, uno di questi armeni sentire così ha abbassato la testa, mi ha guardato un po’ di traverso, mi sembrava che mi voleva dire qualcosa.
Cosa c’è? gli ho detto. Non va mica bene che vado a Parigi? gli ho chiesto.
Diceva Čechov, mi ha detto lui, che andare a Parigi con una donna è come andare a Tula con una pentola.
Ecco.
Io ho l’impressione che da quel momento lì, io ho sbagliato tutto, nella mia vita».
E ho messo in rete questo pezzo e un signore russo mi ha scritto che non fanno le pentole, a Tula, fanno i samovar, che io lo sapevo, che facevano i samovar, ma quando ho scritto quel pezzo di Si chiama Francesca, questo romanzo, ho pensato che i lettori italiani non lo sapevano, cosa sono i samovar, e allora ho trasformato i samovar in pentole non avrei mai pensato, più di venti anni dopo, di dovermi giustificare di questa traduzione forzata invece è così mi devo giustificare chiedo perdono.
A Tula ci siamo venuti non per i samovar ma per Tolstoj, che a 14 chilometri da Tula c’è la tenuta di Tolsoj, Jaznaja Poljana e io la volevo vedere per via di un libro che voglio scrivere.
C’è uno scrittore russo, Turgenev, che ha fatto dire a un suo personaggio, che la cosa migliore, dei russi, è la pessima opinione che hanno di se stessi.
Lev Nikolaevič Tolstoj, nei diari, dice di esser vanitoso, orgoglioso, pigro, apatico, affettato, bugiardo, instabile, indeciso, imitativo, codardo, vittima dello spirito di contraddizione, troppo sicuro di sé, voluttuoso e di avere la passione per il gioco. È forse il più russo di tutti e io, su di lui, voglio scrivere un libro, che voglio intitolare Quello che siamo capace di fare, e sottotitolare L’incredibile vita di Lev Nikoalevič Tolstoj.
Dopo ci siamo andati, a Jasnaja Poljana, e la cosa che volevo vedere più di tutte era il divano col quale comincia la biografia di Tolstoj scritta da Šklovskij, un divano di pelle verde dove, dice Šklovskij, Lev Nikolaevič era stato concepito e era nato nel 1828.
L’ho visto, non è più verde, è nero, l’hanno rifoderato, si vede, ma non è stata la cosa che mi ha colpito di più, di più mi han colpito due cose che non ci sono.
La prima è la casa dove è nato Tolstoj, che, a Jasnaja Poljana, non c’è più dal 1856.
Sono rimaste le due dépendance, quella dove poi ha abitato Tolstoj con la moglie e i figli e quella dove Tolstoj ha fondato la scuola per i suoi contadini.
In mezzo, niente.
La casa, mi ha raccontato Galina Vasilena Alekseeva, la direttrice del museo di Jasnaja Poljana, Tolstoj l’ha persa alle carte e l’ha comprata un signore che abitava a 300 chilometri di distanza e l’ha fatta smontare, spostare di 300 chilometri e ricostruire nel suo villaggio.
Si chiamava Gorochov.
Nello spazio dove prima c’era la sua casa, Tolstoj ha fatto piantare degli alberi e quando i suoi figli sono diventati grandi e gli chiedevano «Babbo, ma dove siete nato voi?», lui rispondeva «Vedi quella pianta lì? Ecco lì, in cima alla pianta, c’era la stanza della mia mamma io sono nato lì, in cima a quella pianta».
L’altra cosa che non ho visto a Jasnaja Poljana è un bastoncino verde, che il fratello maggiore di Tolstoj, Nikolaj, diceva di avere sepolto in una radura che c’è sul sentiero che, nella tenuta, porta al ruscello dove i fratelli Tolstoj andavano a fare il bagno.
Nikolaj aveva detto al suo fratellino Lev che, sul quel bastoncino, c’era scritto il segreto della felicità universale, e che chi l’avesse trovato avrebbe avuto accesso alla felicità non solo per sé, per tutti.
Quando Tosltoj è morto, nel 1910, ha chiesto di essere sepolto in quella radura senza né scritte, né marmo, né croci, né niente.
E lì a me è venuto in mente il discorso di Dostoevskij su Puškin, quella parte in cui Dostoevskij dice che Onegin, e Pečorin, e Aleko, i protagonisti delle opere di Puškin e Lermontov, cercano la pace lontano dalla vita confusa e assurda della nostra società intellettuale, e credono che, con la loro attività, raggiungeranno i loro obiettivi e la felicità non solo per sé, per tutto il mondo.
«Perché il vagabondo russo», scrive Dostoevskij, «ha bisogno proprio della felicità universale per stare bene: di meno non si accontenta».
E quando grande vagabondo russo, Lev Tolstoj, aveva forse anche lui un carattere che, per stare bene, aveva bisogno della felicità universale, e di meno non si è accontentato.
Dopo, eravamo a Tula, stavamo per tornare a Mosca, abbiamo saputo dell’esplosione che c’è stata in piazza Kudrinsakaja, in un ristorante italiano, e ho guardato sulla mappa, piazza Kudrisnkaja, è sul Sadovoe Kol’co, vicinissimo alla casa museo di Anton Čechov, dove son stato qualche settimana fa con Gogol’ Maps.
E io, lì, non sapevo bene cosa scrivere, mi è venuta in mente quella cosa che dicono in Russia che un ottimista è un pessimista male informato, che lui crede, di essere ottimista perché non sa molto, se e quando si informerà si accorgerà anche lui che c’è poco da essere ottimisti.
E quel che una volta Iosif Brodskij ha detto a Sergej Dovlatov.
«La vita è breve, e triste», gli ha detto. «Avete fatto caso a come va a finire, di solito?».
E ho postato questa cosa in rete e un po’ di gente tra quelli che hanno commentato erano contenti che a Mosca erano morte delle persone.
E a me è tornata in mente la fine di Vi avverto che vivo per l’ultima volta, un romanzo che ho scritto su Anna Achmatova, e mi vien da finire con quella fine lì.
«Pochi giorni prima che finissi di scrivere questo romanzo Dar’ja Dugina, una russa di ventinove anni, figlia di Aleksandr Dugin, il filosofo eurasista, è stata fatta saltare in aria con la propria automobile.
Mentre ci si chiedeva chi fosse stato a organizzare il delitto, molti, in occidente, esultavano.
E a me è tornato in mente quello che ha scritto Kurt Vonnegut in Mattatoio numero 5.
“Ho detto ai miei figli” ha scritto Vonneguti “che non devono, in nessuna circostanza, partecipare a un massacro, e che le notizie di massacri compiuti tra i nemici non devono riempirli di soddisfazione o di gioia.
Ho anche detto loro di non lavorare per società che fabbricano congegni in grado di provocare massacri, e di esprimere il loro disprezzo per chi pensa che congegni del genere siano necessari”, ha scritto Vonnegut.
Chi gioisce dell’esplosione di una donna di ventinove anni, ho scritto io, per quanto aberranti possano essere le idee di quella donna, secondo me è una bestia. Questa, è la mia paura. Che ci facciamo invadere dalla bestialità. Che non ci rendiamo conto di quello che stiamo diventando e che, forse, siamo già diventati».
State bene.




articolo necessario
grazie