210. E basta.
Uscito oggi, appena diverso, sul Fatto quotidiano.
La prima volta che mi sono sposato ho sposato Francesca, è successo recentemente e l’abbiamo fatto per motivi burocratici, perché abitiamo in un posto che se uno dei due sta male possono impedire all’altro di visitarlo in ospedale.
Per risolvere questo problema c’erano due possibilità: o uno dei due diventava deputato, o ci sposavamo. Ci siamo sposati.
Qualche anno fa mi hanno invitato a Ravenna a tenere la solenne prolusione in occasione dell’anniversario della morte di Dante e io ho detto che all’università avevo dato un esame di Storia della lingua italiana e, tra i testi che si potevano scegliere, avevo scelto un commento di Gianfranco Contini al sonetto «Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia, quand’ella altrui saluta, ch’ogne lengua deven, tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare».
Se ho capito bene, Contini diceva che quel pare del primo verso, sul quale ironizzano i liceali, pare gentile e onesta, ma in realtà, all’epoca di Dante significa si manifesta, è, si dimostra.
«Ecco, io», ho detto a Ravenna, «la mia Beatrice si chiama Francesca e io, quando parlo in pubblico di lei la chiamo Togliatti, perché lei ha studiato storia dell’Unione sovietica e crede di essere un po’ il migliore, e io mi ricordo la prima volta che l’ho vista, estate del ‘99, in via San Vitale ha Bologna, e mi ricordo perfettamente il modo in cui, dopo averla vista, ho abbassato gli occhi, perché Togliatti ci son delle volte che è così bella che gli occhi no l’ardiscon di guardare, e io ho pensato che, io ho un udito buono, ma se avessi avuto un udito migliore, ottimo, in quel momento, nel momento di quel primo incontro con Togliatti Beatrice io avrei sentito il rumore degli scambi della mia vita che mi destinavano a un’altra direzione».
Anche senza sposarci.
Dopo, nel 2004, è nata nostra figlia, la prima volta che ci nasceva una figlia, poi nel 2005 ci siam separati e non ci eravamo mai separati.
Io sono andato a abitare da solo, e, dopo un po’, ho comprato un appartamento a Casalecchio di Reno, la prima volta che compravo un appartamento.
Nella cucina di quell’appartamento, nel 2011, ho ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto.
Ho preso su e una voce con un forte accento che a me sembrava romanesco mi ha detto «Buongiorno, sono Antonio Pennacchi volevo dirti che ho letto i tuoi libri e sei proprio bravo».
Io Pennacchi non lo conoscevo, di persona, avevo letto Il fasciocomunista e l’avevo visto una volta, in una libreria di Bologna, presentare un numero di Limes dedicato a Berlusconi e, durante quella presentazione, litigare con uno scrittore di Bologna; gli piaceva litigare, a Pennacchi, l’ha anche scritto, che non gli piaceva scrivere, gli piaceva leggere, studiare e litigare, e lì aveva litigato e io avevo pensato «È simpatico, Pennacchi», e poi, quando mi ha poi telefonato che mi ha detto che ero proprio bravo io ho pensato «No ma, è simpaticissimo».
«Solo», ha aggiunto poi dopo Pennacchi, «devo dirti due cose».
Della mia relazione con Francesca io ne avevo parlato nei libri che Pennacchi aveva letto, e lui, la cosa che dovevo fare, mi ha detto, andare da Francesca, mettermi in ginocchio e chiederle di riprendermi con sé.
Io e Francesca, in quel periodo lì, ci vedevamo perché abbiamo una figlia, ma facevamo ciascuno la propria vita e io, noi eravamo stati insieme sei anni, eravamo andati dappertutto insieme, a me ogni tanto mi veniva in mente una cosa che avevamo fatto le dicevo «Ti ricordi?», e lei, tutte le volte, mi rispondeva «No, non mi ricordo».
Aveva tirato giù la cortina di ferro e io, quando Pennacchi mi ha detto che dovevo tornare da lei ho pensato «Sì, arrivederci».
Dopo, nel 2014, è successa una cosa che alla fine è andata come diceva Antonio che io sono andato da lei le ho chiesto di riprendermi lei mi ha ripreso siam tornati insieme io ho chiamato Antonio gli ho detto «Antonio, tu devi stare attento a quello che dici; stai attento».
L’altra cosa che doveva dirmi Pennacchi era che io dovevo scrivere qualcosa di più grosso, e io non capivo cosa voleva dire, mi sembravano grossi, i miei libri, mi piacevano, e piacevano anche a lui, mi aveva detto..
Dopo, nel 2018, ho pensato che tre anni dopo sarebbe stato il bicentenario della nascita di Dostoevskij e mi sono chiesto “Ma perché non faccio un romanzo biografico su Dostoevskij” e contemporaneamente ho pensato che quella, forse, era la cosa più grossa che intendeva Antonio.
E l’ho chiamato e gliel’ho raccontata e lui mi ha detto «Questa è grossa», e mi ha consigliato di portarla da Mondadori, e io sono andato da Mondadori, ho raccontato il libro, è piaciuto, l’abbiamo fatto, il libro è uscito, Antonio l’ha letto, l’abbiamo presentato insieme a Roma, c’era anche Francesca, alla sera abbiamo cenato insieme, Antonio e Francesca erano seduti una di fronte all’altro, parlavano, Francesca non gli dava mai ragione, a un certo punto Antonio gli ha detto, indicandomi, «Ho fatto male a dirgli di tornare con te».
Era simpatico, Antonio.
Dopo, Francesca, per me, è sempre stato un enigma ma, un paio di anni fa, ero a Viareggio, dopo 25 anni che ci conoscevamo, mi è sembrato di capirla, la nostra relazione, io le cose ci metto degli anni, a capirle, e gliel’ho anche detto.
«Guarda», le ho detto a Francesca, «oggi mi è venuto da pensare che io, con te, ho trovato una donna più giovane, più bella, più seria e più intelligente di me, e, non lo dico per vantarmi, ma son stato proprio bravo».
E basta. Cioè basta. Vediamo.



