80. L'infraordinario
Un pezzo della Disperazione. Secondo episodio.
Alberto Nerazzini è un giornalista investigativo di Modena che, a Modena, organizza un Festival del giornalismo investigativo e mi ha invitato due volte.
La prima volta che mi ha invitato io gli ho detto Alberto, io sono contento che mi invitate ma a me sembra di fare il contrario di quello che fate voi perché voi siete dei giornalisti investigativi e fate giornalismo investigativo e cercate i delitti e i responsabili, cioè lavorate sulle cause di eventi straordinari, a me interessano, cioè a me mi interessa tutto, ma mi interessano soprattutto gli effetti di eventi infraordinari, che questa parola infraordinario, viene da un testo di Georges Perec che si chiama Approches de quoi ? e è stato pubblicato nel 1973 su una rivista che si chiamava Cause Commune, quello era il periodo delle Cause comuni, il 1973.
Quello che ci parla, scrive Perec, è sempre l’avvenimento, l’insolito, lo stra-ordinario. I treni esistono solo quando deragliano e più morti ci sono, più i treni esistono; gli aerei esistono solo se sono dirottati; l’unico destino delle macchine è di schiantarsi contro dei platani: cinquantadue week-end all’anno, cinquantadue bilanci Bisogna che dietro l’avvenimento ci sia uno scandalo, una fessura, un pericolo, come se la vita dovesse rivelarsi soltanto attraverso lo spettacolare, come se quello che ci parla, quel che è significativo, dovesse essere sempre anormale. Ma il “malessere sociale” non è “preoccupante” quando ci son degli scioperi, è intollerabile ventiquattrore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni l’anno.
I giornali, scrive Perec, parlano di tutto tranne che del giornaliero. I giornali mi annoiano, non mi insegnano niente: quello che raccontano non mi riguarda, non mi interroga e tantomeno risponde alle domande che faccio o vorrei fare.
Quello che succede davvero, quello che viviamo, il resto, tutto il resto, dov’è? Quello che succede tutti i giorni e che torna a succedere ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, come renderne conto, come interrogarlo, come descriverlo?
Interrogare l’abituale. Ma, appunto, ci siamo abituati. Non lo interroghiamo, non ci interroga, non ci sembra costituisca un problema, lo viviamo senza pensarci, come se non veicolasse né domande né risposte, come se non contenesse nessuna informazione. Non è nemmeno più un condizionamento, è l’anestesia. Dormiamo la nostra vita di un sonno senza sogni. Ma dov’è, la nostra vita? Dov’è il nostro corpo? Dov’è il nostro spazio?
Forse di tratta di fondare, finalmente, la nostra antropologia: quella che parlerà di noi, che cercherà, dentro di noi, quel che abbiamo sottratto, così a lungo, ad altri. Non più l’esotico, ma l’endotico.
Interrogare quello che sembra talmente evidente che ne abbiamo dimenticato l’origine. Ritrovare qualcosa dello stupore che potevano provare Jules Verne o i suoi lettori davanti a un apparecchio capace di riprodurre e trasportare i suoni. Perché è esistito, quello stupore.
Quel che bisogna interrogare sono i mattoni, il cemento, il vetro, le nostre maniere a tavola, i nostri utensili, il modo in cui passiamo il tempo, i nostri ritmi. Interrogare quel che sembra aver smesso per sempre di stupirci. Viviamo, certo, respiriamo, certo; camminiamo, apriamo porte, scendiamo scale, ci sediamo a un tavolo per mangiare, ci corichiamo in un letto per dormire. Come? Dove? Quando? Perché?
Descrivete la vostra strada. Descrivetene un’altra. Paragonatele.
Fate l’inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l’uso e il divenire degli oggetti che ne estraete.
Interrogate i vostri cucchiaini.
Cosa c’è sotto la vostra carta da parati?
Ecco.
Io, non voglio parlare bene di me, che non è necessariamente un pregio, anzi, ma io, quello stupore lì di cui parla Perec per una macchina in grado di riprodurre il suono, un po’ ce l’ho, che l’altro giorno, per esempio, ho rotto la stampante vecchia, ho comprato una stampante nuova, e il giorno che l’ho presa non sono riuscito a connetterla al computer, non ci riuscirò mai, ho pensato, il giorno dopo ho provato, ci sono riuscito, e ero incredulo. Tutte le volte che partiva una stampa mi dicevo Ma dai, incredibile.
Io, mi sembra, poi magari lo faccio male, ma io sono 29 anni, del 1996, che provo a far quello, descrivo la mia strada, ne descrivo un’altra, le paragono, faccio l’inventario delle mie tasche, della mia borsa e interrogo i miei cucchiaini, da 29 anni e non mi sono ancora stancato di indagare l’endotico, non l’esotico, l’endotico, non le cose strane dei posti lontani, le cose strane dei posti vicini, i misteri delle tue tasche, della tua vita, non so, per esempio, nel settembre del 1999, sei a Bologna, con una ragazza mora, magra, seduto sul muro di palazzo Bentivoglio, e lei ha una gonna larga, nera, e parlate, e non ti ricordi quello che dite e non dite niente, parlate, producete dei suoni, e lei si tira su la gonna, e tu ti passi una mano in testa e quel momento lì non te lo dimentichi più in tutta la tua vita, perché? Ecco, ho detto a Nerazzini, questi sono i misteri sui quali lavoro io, non vado in Afghanistan, non vado in Colombia o in Sudamerica, sto in Emilia, che l’Emilia, noi ci siamo nati, in Emilia, ho detto a Nerazzini, ma l’Emilia, cosa dici, Alberto, la conosciamo?
State bene.




Mi piace leggere dell'infraordinario di tutti noi. Bravo Paolo Nori
Positivamente contagiati…. Spero in una massiccia diffusione del Nori-virus …… ci guadagneremmo tutti