47. Diavolìade
Il 2/8, per Mattioli 1885, tradotta da Valeria Affaba, Alessandro Casiraghi, Ambra Melchioro, Zoia Postnikova e Mirco Rossi esce Diavolìade, di Bulgakov, con una mia prefazione, ne metto un pezzo qui.
13. Una lettera
Per quanto i rapporti personali tra Bulgakov e il critico formalista Viktor Šklovskij fossero pessimi, io, quando penso al ruolo di Bulgakov nella società sovietica, non posso non ricordare una cosa che ha scritto Viktor Škovskij nel 1919: «L’arte è sempre stata indipendente dalla vita, e nel suo colore non si riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere».
Ho l’impressione che Bulgakov non fosse proprio capace di scrivere riflettendo il colore (rosso) della bandiera che sventolava sulla cittadella del potere, e ci torniamo, ma intanto mi sembra sia il caso di citare la citatissima lettera che Bulgakov scrive a Stalin e al governo sovietico nel marzo del 1930.
La lettera comincia così:
«Mi rivolgo con la seguente lettera al Governo dell’Urss.
1.
Dopo che le mie opere sono state proibite, tra molti cittadini ai quali è nota la mia attività di scrittore hanno cominciato a diffondersi voci che mi danno tutte lo stesso consiglio: scrivere “un dramma comunista” (tra virgolette riporto le citazioni), e inoltre rivolgermi al governo dell’URSS con una lettera di pentimento nella quale dovrei rinnegare le idee espresse nelle mie precedenti opere letterarie e assicurare che d’ora in poi lavorerò come scrittore compagno di strada, fedele all’idea del comunismo.
Lo scopo: salvarmi dalle persecuzioni, dalla miseria, e dall’inevitabile rovina finale.
Non ho seguito questo consiglio. Non credo che avrei potuto comparire in una luce favorevole di fronte al Governo dell’URSS scrivendo una lettera falsa, che avrebbe costituito un voltafaccia politico disgustoso oltreché ingenuo. Quanto al dramma comunista, non ho neppure provato a scriverlo, sapendo in partenza che non ci sarei riuscito.
Il desiderio maturato in me di porre fine al mio supplizio di scrittore mi induce a rivolgermi al Governo dell’URSS con una lettera sincera.
2.
«Passando in rassegna i miei ritagli di giornale, ho constatato di aver ricevuto dalla stampa sovietica, nei dieci anni della mia attività letteraria, 301 recensioni, di cui 3 favorevoli e 298 ostili e ingiuriose. Aleksej Turbin, protagonista del mio dramma I giorni dei Turbin, è stato definito sulla stampa un “figlio di cane”, mentre l’autore è stato presentato come un “vecchio cane rimbecillito dall’età”. Hanno scritto di me come di uno “Spazzino della letteratura”, che raccatta gli avanzi “vomitati da una dozzina di commensali”.
[…] Hanno affermato che mi piace “L’atmosfera da accoppiamenti canini che aleggia intorno alla rossa moglie di un mio amico”, e che il mio dramma I giorni dei Turbin “Puzza”, e così via».
Mi affretto a precisare che non sto riportando questi giudizi per lamentarmi delle critiche o comunque per entrare in polemica: il mio scopo è molto più serio.
Intendo provare, documenti alla mano, come tutta la stampa dell’URSS e con essa tutti gli organismi preposti al controllo del repertorio, durante l’intero arco della mia attività letteraria, all’unanimità e con straordinario accanimento, abbiano dimostrato che le opere di Michail Bulgakov nell’URSS non possano esistere
E io dichiaro che la stampa dell’URSS ha perfettamente ragione.
14. La libertà di stampa
Alla stampa sovietica che gli rimproverava di avere, con le sue opere (in particolare con la commedia L’isola purpurea) creato il «primo appello alla libertà di stampa nell’URSS», Bulgakov risponde che è vero.
«La lotta contro la censura» scrive Bulgakov a Stalin nel 1930 «qualunque essa sia e sotto qualunque potere, è un mio dovere di scrittore, così come gli appelli alla libertà di stampa. Sono un appassionato sostenitore di questa libertà e suppongo che, se un qualsiasi scrittore pensasse di dimostrare che a lui non è necessaria, sarebbe come un pesce che dichiarasse pubblicamente di poter fare a meno dell’acqua».
15. Uno scrittore mistico
«Ecco dunque» continua Bulgakov «una delle caratteristiche della mia opera, già più che sufficiente di per se stessa a far sì che i miei lavori nell’URSS non possano esistere. Ma ad essa sono collegati gli altri elementi presenti nei miei racconti satirici: le tinte cupe e mistiche (io sono uno scrittore mistico), di cui mi servo per rappresentare le innumerevoli mostruosità della nostra vita quotidiana, il veleno di cui è intrisa la mia lingua, il profondo scetticismo nei confronti del processo rivoluzionario in atto nel mio arretrato paese, processo al quale contrappongo e preferisco una Grande Evoluzione e, soprattutto, la raffigurazione di alcune terribili caratteristiche del mio popolo, le stesse che, prima della rivoluzione, furono la causa di profonde sofferenze per il mio maestro, M. E. Saltykov Ščedrin»
Quindi Bulgakov chiede «al governo dell’URSS che mi sia ordinato di lasciare con urgenza il territorio sovietico insieme con mia moglie Ljubov’ Evgen’evna Bulgakova».
16. La telefonata
Una conseguenza di questa lettera stupefacente è la telefonata di Stalin a Bulgakov del 18 aprile 1930.
Il contenuto di questa telefonata ci è arrivato attraverso le memorie dell’ultima moglie di Bulgakov, Elena Sergeevna Šilovskaja.
Bulgakov le aveva raccontato che era suonato il telefono, nel suo appartamento, e la sua seconda moglie, Ljubov’ Evgen’evna Eliseeva, gli aveva detto che lo cercavano dal Comitato Centrale del Partito.
Lui pensava che fosse uno scherzo (ne facevano, di quegli scherzi, dice Elena Sergeevna ), ma era andato al telefono lo stesso e la conversazione era stata questa:
«Michail Afanas’evič Bulgakov?»
«Sì»
«Le passo il compagno Stalin»
«Chi? Stalin? Stalin?»
E si era sentita una voce con un forte accento georgiano.
«Sì, sono Stalin. Buongiorno, compagno Bulgakov»
«Buongiorno, Iosif Vissarionovič»
«Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’abbiamo letta. Riceverà una risposta positiva… Ma, veramente lei vuole andare all’estero? L’abbiamo scocciata così tanto?»
Bulgakov non si aspettava una domanda del genere, si è un po’ impappinato e poi ha risposto, «Mi sono chiesto, ultimamente, se uno scrittore russo può vivere fuori dalla sua patria. E mi sembra che non possa».
«Lei ha ragione, ha risposto Stalin. «Anch’io la penso così. Lei vuole lavorare? Al Teatro dell’Arte?»
«Sì, mi sarebbe piaciuto, ma gliel’ho chiesto e mi han detto di no»
«Glielo chieda ancora. Ho l’impressione che le diranno di sì».
E Bulgakov effettivamente gliel’ha chiesto, e effettivamente gli hanno detto di sì.
17. Un dramma non comunista
Qualche anno dopo, tra il 1936 e il 1939, Bulgakov scrive una commedia, si intitola Batum, il cui protagonista è un giovane Stalin. Prima della rivoluzione, prima dei comunisti.
Non è quindi, aveva promesso di non scriverne, un dramma comunista, ma Stalin, in Batum, è un personaggio positivo, lo spettatore avrebbe simpatizzato con lui, se la commedia fosse stata messa in scena, nel 1939, come avrebbe dovuto, ma all’ultimo momento è stata vietata.
State bene.




Refuso in 16 : 1930
Gli aneddoti aiutano sempre a inquadrare e avvicinare ‘familiarmente’ i soggetti di cui si parla. Nel caso parlano di storia.